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lunedì 18 giugno 2012

È giusto guardare gli Europei? Chiedetelo ai Simpson


Come è ben noto, in Italia non si perde occasione per schierarsi su fronti opposti. Troviamo questa tendenza sia sul fronte politico, berlusconiani o antiberlusconiani, sia sul piano storico, fascista o partigiano, sia su un piano meramente culinario, pro o contro la pizza. Possiamo stilare un lungo elenco di queste contrapposizioni tipicamente nostrane. Ma, forse, un tema su tutti anima i cuori degli italiani: il calcio.
Nell'ultimo periodo il calcio ha dovuto affrontare sfide insidiose, arrivate sia dall'interno, basti pensare al caso “calcio scommesse”, sia dall'esterno. Una di queste è quella che ha coinvolto l'Ucraina, paese ospitante, insieme alla Polonia, degli Europei 2012. Secondo le fonti ufficiali e non, ci sarebbe stato un massacro di cani randagi nelle città che avrebbero visto affrontarsi le migliori nazionali d'Europa. Il fine era di rendere più sicuri paesi in vista della grande affluenza di tifosi da ogni angolo del Vecchio Continente. Kiev non ha mai rilasciato dichiarazioni interessanti a riguardo, soprattutto non ha mai smentito. Ma dalle immagini e dai video diffusi in rete, tutti i dubbi sembrano dissiparsi.
I media italiani, conoscendo il grande interesse della popolazione su temi riguardanti i “nostri amici a quattro zampe” - è degli ultimi giorni il lancio della rubrica Tg bau e miao (ogni commento ulteriore sarebbe superfluo) del Tg5 -, hanno coperto una buona parte dei loro palinsesti, approfondendo il tema. Ma l'indignazione vera è scoppiata sui social network. Qui torniamo al collegamento con gli Europei di calcio. Infatti uno degli appelli più gettonati in rete era: “Boicottiamo gli Europei: non guardiamo le partite per vendicare i cani uccisi”. Ora, parliamoci chiaro. Chi vuole “boicottare” i match non li avrebbe visti comunque. Appartiene allo schieramento di coloro che odiano il calcio. Questa è semplicemente una giustificazione in più. Non si mette in dubbio l'interessamento dei boicottatori per la vita degli animali, ma non è necessariamente maggiore di coloro che guardano le partite e si divertono nel farlo.
È la solita propensione che accompagna molti individui: il conformismo dell'anticonformismo. Si afferma di non appartenere alla tendenza dominante per associarsi, in ugual misura, ad un'altra sempre dominante, ma di peso minore. Questo fenomeno si vede in molti aspetti della vita quotidiana: non vado da McDonald's ma bevo litri di Coca Cola; odio le discoteche ma frequento solo centri sociali; disprezzo lo smartphone ma compro un computer da 1500 euro; e così via. Non è necessario rendere pubblica la propria vita. Non è indispensabile spettacolarizzare il proprio modo di pensare. Quello che si nota – e spero di non essere troppo assolutista – è che certe adesioni a “iniziative” inutili e stupide, è che si tenta di avvalorare le proprie ipotesi aggiungendo elementi presi qua e là, così da rendere maggiormente motivato il proprio comportamento. Se non si vuole vedere una partita di calcio, non la si guarda, ma non si pretende che tutto il mondo non si goda lo spettacolo. A questo proposito, per i più testardi, consiglio di guardare una puntata dei Simpson, “Lisa la vegetariana”. Certi insegnamenti di vita si possono imparare anche da piccoli canali di comunicazione, come i cartoni animati.

PS Ma tutta questa indignazione dov'era mentre venivano sterminate centinaia di persone in Siria, tra cui tanti bambini? Forse la vita degli animali vale di più rispetto a quella degli esseri umani? Io non credo.

3 commenti:

  1. farewell orwell19 giugno 2012 12:53

    Ciao, se ne vedono poche di critiche di questo tipo e ti faccio i complimenti per questo.
    Ho prima un piccolo appunto da farti però...non mi sentirei di sposare l'affermazione sui cartoni animati (per di più se parliamo dei Simpson) definiti un piccolo canale di comunicazione.
    Per il resto sono d'accordo con te, vai a toccare argomentazioni importanti della sociologia contemporanea sui volti contraddittori dell'uomo postmoderno.
    In genere ci si stupisce del fatto che si possa parlare seriamente (addirittura magari con una pretesa cognizione semi-scientifica) di una cosa così futile come la vita sui social networks, salvo poi scoprire che lì nascono realtà imprenditoriali importanti, viene dato un apporto decisivo a rivoluzioni politiche epocali per intere aree geografiche, lì si studia, lì si vive. Mai come in questo momento le strutture collettive di senso vengono modellate a priori da forme rigide che pre-esistono al giudizio individuale, secondo una rigida sintassi. Ma mentre prima queste strutture avevano solo una sostanza sociale, o al limite linguistica, e la loro manifestazione primaria erano quelle che definiamo semplicisticamente le "mode", le tendenze, ora questi canali preordinati han preso vita propria e da forma e sostanza si son fatti materia software (e non è solo un controsenso) tangibile. L'esempio più emblematico: il "Mi piace" su Facebook. Ma in genere ne sono un esempio anche tutte le manifestazioni del web 2.0 che deborda da se stesso, il sogno o l'incubo della "taggatura" totale del mondo. E naturalmente anche questo fenomeno ha il suo nome...ops, il suo tag: ubiquitous computing.
    Il "Mi piace" su Facebook però trovo che sia la più insidiosa tra tutte le sovrastrutture tecnologiche pre-esistenti al pensiero, perché (e qui mi ricollego al centro del tuo articolo) mi da l'impressione di stimolare in modo particolare la partigianeria sociale, la tendenza (un po' tutta italiana, sono d'accordo con te) alla contrapposizione tra opposti rigidi e non comunicanti. Sarà anche per questo che Faccialibro ha così tanto successo nel nostro paese?
    Retrofront: i social network sono una grande cosa, una grande invenzione nonché un processo sociale in marcia e quindi inarrestabile; se non vuoi viverci dentro, lo fai lo stesso perché sono più grandi di te, ti avvolgono. Quindi, inutile ignorali, conviene anzi usarli e saperlo fare bene. Ma non sopporto l'atteggiamento di censura preventiva verso i tentativi di sottoporli ad analisi critiche (nel senso più nobile del termine), atteggiamento molto diffuso presso chi si occupa di comunicazione.
    Dico la mia, scusandomi per la lunghezza del commento: al sistema un po' edonista e drastico del "Mi piace" su Facebook preferisco il concetto del "seguire" su Twitter. Evoca un atteggiamento più democratico e meno in linea con la "società dell'apparire" di cui facciamo parte: sembra dire "Va bene, di la tua, fallo in fretta perché siamo in tanti, ma di la tua opinione, sono curioso, ti sto seguendo".
    Il senso oggi viaggia sulle poche righe di codice necessarie per creare un bottone, clic!

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  2. Per quanto riguarda la mia definizione di "piccolo canale di comunicazione" ammetto di non essermi spiegato alla perfezione. Intendo che i Simpson sono un cartone animato e, come tale, la sua funzione principale è l'intrattenimento piuttosto che l'educazione o l'insegnamento. Non ho capito quale espressione della definizione non ti è piaciuta: "piccolo" o "canale di comunicazione".
    A parte queste precisazioni, sono pienamente d'accordo con te quando parli della potenza dei social network. Sono allo stesso tempo convinto, però, che è necessaria una limitazione e una maggiore responsabilità nell'utilizzo di certi mezzi. Lo stesso discorso vale per i "Mi piace".

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  3. farewell orwell20 giugno 2012 15:20

    No vabbé intendevo che, certo, i cartoni animati in genere sono rivolti all'intrattenimento però in certi casi, come quello dei Simpson, il loro valore culturale e di critica sociale sono tali da intercettare nicchie di pubblico, piccole o grandi che siano, che a priori ricevono il messaggio come se si trattasse di cinema impegnato se non addirittura approfondimento informativo-culturale. Il mio appunto era solo sul fatto che per questi pubblici trarre insegnamenti dai Simpson è la loro forma di fruizione principale, non rappresenta quindi un eccezione o un fatto degno di nota...tutto lì.

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