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venerdì 27 aprile 2012

Moschea, o non moschea, questo è il dilemma


E continuarono a pregare per strada. Non è un titolo di un film ma la dimostrazione dei musulmani genovesi per far valere i propri diritti. Domenica 22 aprile si sono radunati in piazza Caricamento. Non per minacciare, attentare o insultare. Ma semplicemente per pregare. Lo stereotipo che fin troppi italiani si sono costruiti non potrà di sicuro vacillare per così poco. Ma che lo si creda o no, i musulmani sono scesi in piazza per far valere il  diritto ad avere un luogo di culto adatto alle loro esigenze. Già nel 2001 la comunità islamica ha acquistato un terreno adibito alla costruzione di una moschea. Quattro anni più tardi ha ottenuto il permesso per iniziare i lavori, ma ancora oggi si assiste a una fase di stallo. Ora i musulmani genovesi devono sperare nelle vaghe promesse dei candidati sindaco alle comunali di maggio per ottenere un centro di preghiera, il quale potrebbe sorgere in un posto differente rispetto a dove la comunità ha comprato il terreno.
Non è la prima volta che le comunità islamiche in Italia sono costrette a pregare in mezzo alla strada, anche e soprattutto per farsi notare. Il paradosso che lega visibilità alla manifestazione, qualche volta scaturita in violenza, è una regola imprescindibile dei nostri media. A Milano nel 2009 i musulmani hanno pregato in piazza Duomo. Sempre nel capoluogo lombardo gli scontri tra gli abitanti di viale Jenner e i fedeli del centro islamico hanno tenuto banco per lungo tempo. Le stesse iniziative promesse alla comunità genovese sono le stesse fatte a quella milanese, con lo stesso risultato oltretutto: il nulla totale. Segno di un profondo "menefreghismo" delle istituzioni nei confronti di una religione che, parliamoci chiaro, ha un altissimo tasso di devoti nel nostro paese.
L'articolo 19 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». Evidentemente l'Islam è contrario al buon costume. Loro sono violenti, loro sono arretrati, loro non rispettano le donne. Sono i cliché più diffusi, no? E se ci rispondessero che le truppe italiane sono tuttora in Iraq e in Afghanistan, che nonostante lo "sviluppo economico" siamo ancorati a un'economia che sta crollando a picco e che, stando alle ultime statistiche, nel nostro Paese muore una donna ogni tre giorni, potremmo ancora avere il coraggio di fare certe affermazioni?
Il passaggio più difficile dello sganciamento da uno stereotipo non è cambiare idea, ma perdere la sicurezza di quella costruzione sociale, stabilendo perfettamente l'idea del bene e del male, e dover ricominciare tutto da zero. L'integrazione passa da qui e non ci sono alternative. Non si può pretendere che gli altri accettino la nostra cultura e le nostre regole se non gli garantiamo nemmeno il diritto di pregare in un luogo sicuro e degno di una società civile.

1 commento:

  1. farewell orwell27 aprile 2012 14:49

    C'è un'altra litania che viene spesso ripetuta da chi serba gelosamente lo stereotipo dell'islamico terrorista-invasore-culturalmente arretrato. La cito perché è di costruzione antica ma di diffusione su larga scala piuttosto recente. È quella "Nei loro paesi mica le vogliono le chiese cristiane".
    Ovviamente non si considera che la storia recente ha registrato afflussi massicci da quei paesi verso i nostri, e che le motivazioni sono principalmente di natura macroeconomica. Ed è dai tempi delle crociate che non si verifica un ingente flusso contrario.
    Gli avvenimenti decretano che sia qui che viene fatto il faticoso tentativo dell'integrazione, e non lì.
    È come, dopo cena, non offrire all'ospite il suo dessert preferito perché supponiamo a priori che lui non userebbe altrettanta attenzione e gentilezza nei nostri confronti, se fossimo noi i suoi ospiti. Una cultura arretrata si, lo farebbe.

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