Consumismo, shopping, corse sfrenate alla ricerca dell'affare perfetto. Consumismo sinonimo di integralismo religioso. Non si può consumare. Si deve consumare. Nei centri commerciali eletti a luogo di culto, nell'intimità delle mura domestiche con un semplice clic, in ufficio, davanti alla tv. Davanti ai nostri occhi una cornucopia di beni e servizi: tutto quello che occorre è a portata di mano. Basta una telefonata, un sms, una pressione di un tasto e il numero della carta di credito. E il gioco è fatto. Insomma consumo sempre, solo e comunque. Ogni giorno, ogni ora senza limiti e restrizioni. Il tempo è imploso di pari passo con lo spazio ed ecco svelato il consumatore in tutta la sua nudità. Spogliato delle relazioni sociali sempre meno intense e spogliato dei guadagni. La pubblicità ha fatto tanto in tal senso ma la nostra passività, l'essere in completa balia di fronte al marketing ci ha portato alla deriva. Una domanda sorge spontanea: tutto ciò che compriamo è davvero indispensabile? O è un fastidioso e inutile orpello figlio del nostro sfrenato desiderio di consumare e di avere tutto e subito? L'erba del vicino è sempre più verde. La voglia di emulare attraverso gli strumenti di consumo è ancora più verde. Eccoci così proiettati in una società che si avvale della velocità per soddisfare la nostra inguaribile sete di spese. Inoltre cadiamo ogni giorno nel tranello teso abilmente dalle cattedrali del consumo. La perdita del senso del tempo e dello spazio è costante: centri commerciali sempre più illuminati artificialmente e senza riferimenti dell'esterno, orologi vietati in determinati casinò, entrate dei centri commerciali ben visibili mentre le uscite appaiono indicate con meno precisione e frequenza. L'alterazione o l' eliminazione dello scorrere del tempo ci stordisce, ci rende più vulnerabili di fronte alle infinite possibilità di acquisto. I nuovi strumenti non sarebbero, però, possibili senza le innumerevoli innovazioni tecnologiche degli ultimi cinquant'anni. La Toys'R Us ha ben saputo coniugare il mutamento tecnologico alle esigenze dei più piccoli; a questi ultimi, all'interno delle loro catene di giocattoli, viene consegnato uno scanner manuale che, passato sui giocattoli di loro interesse, realizza una lista delle preferenze di ciascun bambino. Un'anagrafe computerizzata. Per la gioia di mamma e papà. Il tutto è amplificato e semplificato da un crescente uso delle carte di credito che ci fanno perdere la reale dimensione di quanto stiamo spendendo e di cosa stiamo acquistando. L'immediata conseguenza non può essere altro che un indebitamento. L'iperconsumismo non si accontenta più di spillarci i soldi dei risparmi di una vita, o dell'ultimo stipendio. No. Va oltre. E' interessato ai guadagni futuri. Ai nostri guadagni futuri. L'implicazione più importante è che noi tutti stiamo cadendo nel buco nero del consumo. Ci stiamo facendo adescare. Senza se e senza ma. Ma la vera questione è un'altra: la soddisfazione nell'acquisto di un bene o servizio è pressoché effimera. Mutevole e assolutamente pronta a rinascere in vista della novità di turno per poi morire poco dopo. Consumo ergo sono felice? No, certamente no. Le nostre soddisfazioni vanno ricercate altrove: nella famiglia, nel lavoro, nei regni naturali non mercificati. Valori di un passato che, forse, irrimediabilmente non c'è più. L'accezione è un'altra. Consumo ergo sono in mutande. Tristemente in mutande.Una finestra sul mondo dell'informazione, senza tende. Culture, società e temi d'attualità a confronto. Eliminando gli stereotipi, smascherando i media, la politica, l'opinione pubblica.
Visualizzazione post con etichetta tecnologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tecnologia. Mostra tutti i post
sabato 5 maggio 2012
Consumo ergo sono felice?
Consumismo, shopping, corse sfrenate alla ricerca dell'affare perfetto. Consumismo sinonimo di integralismo religioso. Non si può consumare. Si deve consumare. Nei centri commerciali eletti a luogo di culto, nell'intimità delle mura domestiche con un semplice clic, in ufficio, davanti alla tv. Davanti ai nostri occhi una cornucopia di beni e servizi: tutto quello che occorre è a portata di mano. Basta una telefonata, un sms, una pressione di un tasto e il numero della carta di credito. E il gioco è fatto. Insomma consumo sempre, solo e comunque. Ogni giorno, ogni ora senza limiti e restrizioni. Il tempo è imploso di pari passo con lo spazio ed ecco svelato il consumatore in tutta la sua nudità. Spogliato delle relazioni sociali sempre meno intense e spogliato dei guadagni. La pubblicità ha fatto tanto in tal senso ma la nostra passività, l'essere in completa balia di fronte al marketing ci ha portato alla deriva. Una domanda sorge spontanea: tutto ciò che compriamo è davvero indispensabile? O è un fastidioso e inutile orpello figlio del nostro sfrenato desiderio di consumare e di avere tutto e subito? L'erba del vicino è sempre più verde. La voglia di emulare attraverso gli strumenti di consumo è ancora più verde. Eccoci così proiettati in una società che si avvale della velocità per soddisfare la nostra inguaribile sete di spese. Inoltre cadiamo ogni giorno nel tranello teso abilmente dalle cattedrali del consumo. La perdita del senso del tempo e dello spazio è costante: centri commerciali sempre più illuminati artificialmente e senza riferimenti dell'esterno, orologi vietati in determinati casinò, entrate dei centri commerciali ben visibili mentre le uscite appaiono indicate con meno precisione e frequenza. L'alterazione o l' eliminazione dello scorrere del tempo ci stordisce, ci rende più vulnerabili di fronte alle infinite possibilità di acquisto. I nuovi strumenti non sarebbero, però, possibili senza le innumerevoli innovazioni tecnologiche degli ultimi cinquant'anni. La Toys'R Us ha ben saputo coniugare il mutamento tecnologico alle esigenze dei più piccoli; a questi ultimi, all'interno delle loro catene di giocattoli, viene consegnato uno scanner manuale che, passato sui giocattoli di loro interesse, realizza una lista delle preferenze di ciascun bambino. Un'anagrafe computerizzata. Per la gioia di mamma e papà. Il tutto è amplificato e semplificato da un crescente uso delle carte di credito che ci fanno perdere la reale dimensione di quanto stiamo spendendo e di cosa stiamo acquistando. L'immediata conseguenza non può essere altro che un indebitamento. L'iperconsumismo non si accontenta più di spillarci i soldi dei risparmi di una vita, o dell'ultimo stipendio. No. Va oltre. E' interessato ai guadagni futuri. Ai nostri guadagni futuri. L'implicazione più importante è che noi tutti stiamo cadendo nel buco nero del consumo. Ci stiamo facendo adescare. Senza se e senza ma. Ma la vera questione è un'altra: la soddisfazione nell'acquisto di un bene o servizio è pressoché effimera. Mutevole e assolutamente pronta a rinascere in vista della novità di turno per poi morire poco dopo. Consumo ergo sono felice? No, certamente no. Le nostre soddisfazioni vanno ricercate altrove: nella famiglia, nel lavoro, nei regni naturali non mercificati. Valori di un passato che, forse, irrimediabilmente non c'è più. L'accezione è un'altra. Consumo ergo sono in mutande. Tristemente in mutande.mercoledì 2 maggio 2012
Il divario digitale: tecnologia e...acciughe
La tecnologia non è come le acciughe, che alcuni possono amare e altri odiare, nè come il diritto all'aborto, che vede favorevoli e contrari. Piuttosto, è una caratteristica indelebile del nostro ambiente culturale - qualcosa di complesso che dobbiamo sforzarci di capire in tutte le sue sfumature di grigio. Così Andrew Shapiro, assistente segretario di Stato americano per gli Affari si era espresso sulla complessità delle innovazioni tecnologiche (TIC). La diffusione localizzata di queste sta velocemente amplificando lo squilibrio esistente tra Paesi sviluppati e Paesi poveri. Ecco apparire di fronte a noi il fenomeno del divario digitale. Perché questa diversità esistente tra chi ha reale accesso alle tecnologie e chi ne è escluso è così importante? Kofi Annan già nel 1999, agli albori del digital divide, aveva intuito la reale portata del fenomeno: a questa gente mancano molte cose: cibo, lavoro, abitazione, assistenza medica e acqua potabile. Oggi essere tagliati fuori dai mezzi di telecomunicazione di base è una difficoltà grave quasi quanto le altre privazioni. Le sue esternazioni avevano fatto scalpore. Ma come si fa - ci si era chiesti - a comparare la fame del mondo e la mancanza di adeguate strutture sanitarie alla carenza di accesso alla tecnologia e all'informazione? Tutto ciò pareva fuori luogo. Kofi Annan? Un pazzo. Ma ora, a oltre dieci anni di distanza, si capisce che il fenomeno del digital divide, con tutta la sua complessità, può portare alla riduzione del reale squilibrio socio-economico tra i Paesi del Nord e del Sud del mondo. Ma quali sono i reali vantaggi? L'investimento in nuove tecnologie potrebbe ridurre l'analfabetismo, aumentare l'istruzione, migliorare le strutture sanitarie e offrire strumenti concreti di sviluppo. Certo la riduzione della difformità esistente non è la soluzione di tutti i mali. Magari fosse una panacea. Tutti saremmo pronti ad invocarla come manna dal cielo. Ma occorre considerare un nuovo aspetto. Occorre girare interno al fenomeno del divario digitale cercando di coglierne le mille sfacettature. La sua riduzione è altresì sinonimo di democrazia digitale. Tutti dovrebbero avere la possibilità di accedere liberamente alla società dell'informazione. Senza restrizioni, senza limitazioni, senza censure. Anche così si può progredire. La strada che porta al progresso passa anche per il diritto ad informarsi. Certo non ci si nutre di informazione. Ma di libertà, in qualche modo, ci si può dissetare. Anche con un certo gusto.
Iscriviti a:
Post (Atom)