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domenica 24 giugno 2012

Milano. Cronaca di una morte ampiamente annunciata

MILANO. Venerdì notte presso la discoteca "The Beach" è morto un ragazzo di 29 anni. A differenza di tutti i media, ci disinteressiamo della professione della vittima. Il fatto che faccia un lavoro piuttosto di un altro non aumenta il valore della sua morte. Il presunto assassino sarebbe un 27enne, anch'egli nel locale milanese per divertirsi. Anche in questo caso ci scostiamo dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione, evitando di emettere una sentenza di condanna. Se è stato lui, siamo certi che pagherà. Senza voler fare spargere semi di un'inutile polemica.
La questione che si vuole mettere in luce è un'altra. La mattina seguente l'Italia, e in particolare Milano, sembra essere caduta dal pero. Molte sono le domande che non hanno trovato risposta. Sui social network, come al solito, si trovano le più divertenti. Ma in generale il web è sempre fonte di ispirazione. Retorica e banalità regnano sovrane. Ci si chiede come si fa a morire mentre ci si diverte, se è il caso di andare ancora a ballare, se il problema è l'utilizzo di droghe ed eccessive quantità di alcol. A questo punto la domanda la poniamo noi: ma dove avete vissuto tutto questo tempo? Ma nessuno si è accorto di cosa è diventata una discoteca in Italia? Non si tratta di droga, di alcol e così via. Il punto è un altro: il modello sociale dominante è improntato sulla violenza.
In Italia il cinema e, soprattutto, la televisione hanno proposto figure di riferimento per i ragazzi eccessivamente aggressive. Il processo è una militarizzazione delle generazioni più giovani, al fine di riuscire a controllarne le azioni e i pensieri. Con il termine militarizzazione si intende anche l'omologazione degli individui: renderli uguali in modo tale da non doversi preoccupare della deviazione da questo modello. Il gruppo adotta autonomamente la prassi di esclusione di coloro che si allontanano dal modello. Il classico "sfigato", per intenderci. Le caratteristiche sono agli occhi di tutti. Il modo di vestirsi è lo stesso. L'atteggiamento nei confronti dell'Altro è sempre scontroso e diffidente. L'unico modo per risolvere le controversie è lo scontro aperto, chi rimane in piedi dimostra la sua supremazia e può continuare a divertirsi. Se l'altro è abbastanza duro non ritornerà subito ad attaccare il nemico, ma riunirà una trentina di persone per la resa dei conti a fine serata, sperando che la compagnia del rivale non sia superiore alla sua in numero. Può apparire una spiegazione in perfetto stile National Geographic, ma molti di voi sanno che si sta illustrando un serata tipica nelle discoteche di Milano. Anche a livello sociologico si potrebbe muovere qualche critica, ma ritengo che questo modello sia abbastanza attendibile. Le discoteche sono diventate il luogo rituale dove consumare la violenza, così da permettere alla società di godere della quiete da essa provocata. In altre parole, ci si ammazza li dentro e fuori si vive tranquilli. Non è così chiaramente.
Detto questo, non si può che apprendere con inquietante freddezza la notizia della morte di un ragazzo in una discoteca del capoluogo lombardo. Stupisce di più il fatto che non muoia una persona a week end, piuttosto. A questo punto qualche domanda sorge spontanea. Siccome le televisioni, i giornali e i media in generale parlano del degrado dei giovani nei locali, perché non chiuderli? Perché i Comuni, le Province, le Regioni o lo Stato non adottano sistemi di emergenza nei confronti di territori di siffatta perdizione? Sbarrate le discoteche e vediamo dove la mandria di animali – perché un individuo che pensa solo al sesso e a "difendere" il proprio territorio e la propria reputazione è evidentemente un animale – in cerca di onore e sangue andranno a sfogare i loro istinti omicidi. Magari sotto il Comune? O andranno direttamente a Montecitorio? A quel punto se ne vedranno delle belle.

mercoledì 18 aprile 2012

La morte di Morosini: il canovaccio (quasi) perfetto per i media

Non avrei voluto scrivere queste parole. Dure, ruvide, scomode. Fa male dire ma soprattutto sentirsi fare certi discorsi. Ne sono consapevole. Ma fa ancora più male lucrare sull'immagine di un povero ragazzo di 25 anni che purtroppo non c'è più. Se ne sono sentite di tutti i colori in questi giorni. Tutti, o quasi, hanno cavalcato l'onda del macabro festival allestito appositamente per questo triste evento. Per alcuni, forse, addirittura un'opportunità da sfruttare per emergere. Insistere sulla sfortuna famigliare che ha contraddistinto la vita del giovane calciatore è solo un aspetto della spettacolarizzazione del sua morte. Angosciante se vogliamo. Ma i media non si sono fermati. Anzi hanno rincarato la dose. Abbiamo assistito impotenti in ogni palco televisivo ad una tragedia che tristemente ricalca il canovaccio perfetto preconfezionato per buona parte del giornalismo italiano. Tutti gli elementi al posto giusto: la morte, un ragazzo di soli 25 anni, una famiglia in cui la cattiva sorte si è accanita contro, il “teatro” dove si è inscenata la tragedia, la diretta televisiva degli ultimi attimi di vita dell'atleta. Mancava solo un particolare a rendere il tutto paradossalmente “perfetto”. Nel copione preesistente dell'agenda mediatica sarebbe stato meglio che Morosini non fosse stato economicamente agiato. Ma nulla è perduto. Marco Liorni, durante la “Vita in diretta” di oggi pomeriggio ha annunciato testualmente che il ragazzo, tra le altre sfortune, “non era ricco”. Forse in Serie B si vive di stenti? È stata forzatamente distorta anche una delle note positive pubbliche che ha contraddistinto la vita del calciatore. Per calcare ancora di più la mano su una tragedia.
Potreste, però, obiettare che se Morosini non fosse stato ricco oltre a essere un personaggio pubblico in quanto sportivo, il raggio della risonanza mediatica sarebbe stato tristemente ridotto. Anche voi avete le vostre ragioni. Ribadisco che la morte, almeno per i media, non è uguale per tutti.
Il tutto è stato inoltre condito da interviste a giocatori che pur non conoscendo direttamente il giocatore si arrogavano il diritto di fornire giudizi di valore sulla persona, sull'uomo. Ma questo agghiacciante teatrino non conosce limiti. C'è anche chi, con le ripetute cadute e i vani tentativi di rialzarsi del giocatore ha intravisto in questi gesti un ultimo saluto ai rispettivi famigliari deceduti dello stesso Morosini.
È bello giocare con le parole e con le metafore. È, però, meno bello giocare con la morte. Specialmente per quella degli altri. Ogni tanto dovremmo ricordarci di una parola: umanità.


domenica 15 aprile 2012

Il caso Morosini: la macabra spettacolarizzazione della morte

Per me un sabato pomeriggio come tanti altri a seguire allo stadio la squadra del cuore. Ore 16:50: al termine della partita leggo sul tabellone dell'impianto sportivo genovese che la partita Pescara-Livorno è stata rinviata. Maltempo penso. Mi reco comunque nel primo bar dello stadio con una televisione in bella mostra per saperne di più e, mio malgrado, vengo a conoscenza della morte per arresto cardiaco del calciatore livornese Morosini. Da quel momento non ho neanche il tempo per riprendermi dalla notizia che inizia il tam tam mediatico. Le reti sia pubbliche che commerciali a suon di frasi retoriche preconfezionate mostrano sequenzialmente le immagini della doppia caduta dello sportivo prima di accasciarsi per un'ultima volta sul manto erboso. I diversi canali si contendono l'audience nel cercare di mandare per prime e il più velocemente possibile le tragiche riprese attestanti la morte. Come se si stesse mostando alla moviola l'esistenza o meno di un fuorigioco. Ma stavolta in ballo non c'è un goal. C'è la vita di una persona. Neanche la morte, quindi, ha più una dimensione privata. Non importa se avviene in uno stadio dove ci sono migliaia di persone. Attiene, o meglio dovrebbe farlo, ad una sfera intima. La morte mostra così spietatamente il suo carattere democratico e crudele allo stesso tempo. Democratico perchè non guarda in faccia a nessuno: colpisce indistintamente giovani, anziani, uomini, donne, ricchi e poveri. Crudele perché si porta con sè un ragazzo dalla vita già travagliata e difficile: senza genitori, un fratello recentemente morto per suicidio e una sorella con un handicap. A dimostrazione che i soldi possono aiutare ma non sono tutto.
Ma più cinico e spietato è stato il mondo dell'informazione, con poche eccezioni, che ancora una volta ha dato vita al macabro reality della spettacolarizzazione della morte. Le immagini e le fotografie fungono abilmente da complemento a servizi e ad articoli ma in casi come questo sono così necessarie? Forse disseteranno la volontà voyeuristica di molti italiani. Una volontà voyeuristica che, troppo spesso, non conosce limiti. Infine, pur con il massimo rispetto per un ragazzo che purtoppo non c'è più, è tragedia solo se i media ne parlano? La morte, almeno per alcuni media non è uguale per tutti e non ha lo stesso peso nella bilancia dell'informazione. Bilancia che pende a favore di un certo tipo di cultura. Lascio a voi il compito di giudicare la stessa.