Un nuovo tipo di giornalismo è possibile. www.ilsegnonews.it
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post

sabato 7 luglio 2012

La tv cambia canale: basta con gli extracomunitari


Bisogna ammettere che guardare la televisione italiana è davvero difficile. Lo si può anche fare, ci mancherebbe. D'altronde la noia e la pigrizia giocano brutti scherzi alle nostre menti. Personaggi spiattellati in televisione alla mercé di chiunque, storie strappalacrime, racconti falsi, eroi di quartiere, crimini efferati, amori impossibili, gossip da quattro soldi e chi più ne ha più ne metta. La cosa divertente è che tutte queste novelle non sono spalmate sul palinsesto di ogni singola emittente, ma basta uno solo show: il telegiornale. Quale miglior modo di informarsi se non quello di mettersi a tavola la sera e guardare tutto quello che accade sul nostro pianeta. Ma proprio tutto. Non c'è nulla che sfugga all'occhio vigile del Grande Fratello, inteso in senso orwelliano – che la Endemol non me ne voglia. Se c'è qualche questione da prendere in considerazione, possiamo star pur certi che il tiggì se ne occuperà. E se il male verrà eliminato, non ci sarà più bisogno di parlarne.
Date queste premesse mi sembra ovvia una cosa: gli extracomunitari non sono più un problema per il nostro paese. Certo, gli italiani hanno tanti dilemmi a cui pensare al momento. Evidentemente solo qualche mese fa erano più disponibili, sii giravano i pollici tutto il giorno. Ora che c'è questa dannata crisi, chi ha voglia di pensare a tutta quella gente che arriva col barcone. Ammetto che l'articolo si sta sviluppando su un sarcasmo troppo evidente, quindi andrò al sodo. Non si parla più del problema immigrazione – vi ricordate l'espressione "esodo biblico"? – perché questa paura è stata soppiantata da un'altra più attuale e, a mio avviso, più concreta. Qualche mese fa, dato che la crisi non aveva ancora sprigionato tutta la sua reale potenza distruttiva, grazie anche all'occultamento del precedente governo Berlusconi, bisognava tenere in allerta la popolazione con pericoli di qualsiasi natura. Persino un bambino avrebbe intuito che la soluzione sarebbe stata quella di lanciare solo servizi in cui stranieri di tutte le nazionalità – con una preferenza per quelli dell'est Europa -; i campi rom, gli zingari nei parchi, gente sbronza che non parla italiano sono immagini suscettibili. È troppo facile.
Questo ricade inevitabilmente nei discorsi quotidiani. Ormai nei mezzi pubblici non si sente più parlare della questione immigrazione. Per non parlare dei social network. Se ne trovano di tutti i colori: per esempio mi ha colpito una persona su Facebook che, alla notizia dell'imminente esodo di libici dopo i fatti della primavera araba, scrisse testuali parole: «Stupri e violenze saranno all'ordine del giorno». Ora, mi sembra accertato che per "ordine del giorno" intendesse ciò che il tiggì manda in onda all'edizione delle 20. Non si vuole mettere in dubbio l'autenticità delle notizie, ma l'uso incondizionato è davvero deplorevole. Non si vogliono nascondere i problemi e non si vuole sminuirne l'entità. Ma una tale diffusione di informazione produce un vizio irreparabile agli individui: l'incapacità di pensare con la propria testa. Dal fatto che i tiggì non parlino più degli extracomunitari, bisognerebbe dedurre che siano scomparsi, che i barconi siano affondati e che per loro le porte si siano completamente chiuse. In tal senso allora, per gli xenofobi in particolare, dovrebbe essere un punto a favore del premier Monti. Non vi illudete, non è così.
La nostra persona – anima, spirito, chiamatela come volete – è l'unica cosa che ci appartiene veramente. Non vale la pena ripetere, come un pappagallo, tutto quello che viene riprodotto da una scatola. Non si deve criticare una questione solo perché lo fa il grande esperto di turno o una persona molto simpatica. Non bisogna illudersi che un problema non esista perché la televisione non ne parla. La crisi finanziaria ha sostituito il problema immigrazione per il semplice fatto che non si può convivere con due angoscie contemporaneamente. Da una situazione di paura si passerebbe a una di terrore. Ma stiamo tranquilli. Appena questa crisi finirà – e speriamo al più presto – stiamo pur certi che Essi torneranno.

sabato 30 giugno 2012

Omaggio a Sam Rodia e alle Watts Towers



Vi racconto una storia. La storia di un italiano che ce l'ha fatta. Storia di un uomo dimenticato. Lasciato in disparte, considerato un pazzo. Ma il genio si sposa con l'estro, con un pizzico di follia. E' il matrimonio perfetto. Ecco a voi Sam Rodia, immigrato italiano (1879-1965) che nel tempo libero nell'arco di trent'anni di duro lavoro e senza la minima conoscenza architettonica realizzò le Watts Towers, tre torri di ferro di altezze diverse. L'opera architettonica realizzata nella periferia di Los Angeles, dove l'uomo era emigrato per lavoro, fu realizzata con materiali di scarto: pezzi di ferro decorati con cemento, cocci, ceramiche e conchiglie. Uno spettacolare intreccio di 17 diverse strutture, la piu’ alta delle quali supera i 30 metri. “Perchè le ho costruite? Non so dirlo. Perchè un uomo realizza i pantaloni? Perchè fa delle scarpe?” diceva Rodia. Opera realizzata da un"ingenuo dell'arte". Opera ancora più grande perchè sinonimo di riscatto umano e sociale. Giustamente torri di libertà per alcuni. Torri di sospetti per altri. Durante la seconda guerra mondiale era stata fatta circolar la voce che quelle strane costruzioni nascondessero antenne radio per comunicare con i nemici giapponesi. Omaggio ad un uomo di cui sicuramente avrete visto il volto: Sam Rodia è l'unico italiano ad apparire nella copertina dell'album dei Beatles Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967). La sua foto è in alto a destra in compagnia di Edgar Allan Poe, Fred Astaire, Carl Gustav Jung e Bob Dylan. Ciao Rodia, italiano indimenticato.

Trailer documentario "I Build the Tower" (2006)

giovedì 28 giugno 2012

Europei, Germania - Italia: Monti e Merkel sfida ai rigori...nel presepe

Germania - Italia: un classico duello calcistico. Ma non solo. Politico? Sì, ma non solo. Economico? In un certo modo, ma non solo. Germania - Italia: due nazioni a confronto, due stili di vita diversi. Il palcoscenico del match? Nè lo stadio, nè i palazzi che contano. Questa volta si tratta del presepe. Di un presepe. Quello di San Gregorio Armeno curato dal vulcanico Genny di Virgilio. I protagonisti? Mario Monti e Angela Merkel. Per una volta un calcio allo spread. E pazienza se non sarà un cucchiaio. Ma certamente sarà un tiro di rigore. E con rigore. Nonostante  i tabloid tedeschi ci definiscano furiosi, mandrilli o effiminati. Vinca il migliore. Tutto il resto è Neuer.





giovedì 7 giugno 2012

Alfonso Papa e i 944 ladroni


Il lupo perde il pelo ma non il vizio. I proverbi italiani difficilmente sbagliano. Questo vale a maggior ragione quando si parla di politica. Con il consenso dei nostri nonni, si potrebbe azzardare una leggera modifica al noto detto popolare: il parlamento cambia il governo ma non il vizio. Mentre le casse dello Stato si svuotano – nonostante l'aumento delle tasse –, i tecnici "sistemano" il paese e le famiglie piangono, i politicanti proseguono con l'unica cosa che sono in grado di fare: pararsi il culo a vicenda. Il 6 giugno il Senato ha bloccato l'arresto di Sergio De Gregorio, con 169 voti a favore contro 109. Nonostante il Pd, l'Udc e la Lega si fossero dichiarati favorevoli all'arresto, qualcuno, in perfetto stile italiano, ha deciso di disertare e di offrire uno scudo al senatore del Pdl. I soliti franchi tiratori, protetti dallo scrutinio segreto richiesto dai senatori pidiellini.
Non si vuole entrare nel merito della fondatezza delle accuse poste a carico di De Gregorio. Ma la legge è uguale per tutti: se a un comune cittadino vengono imposti gli arresti domiciliari, nulla può fermare il braccio armato dello Stato. Ma se si entra negli oscuri corridoi di Montecitorio o di Palazzo Madama allora tutto cambia. Le accuse, le denunce e le richieste di arresto sembrano sciogliersi come neve al sole. Non fanno neanche in tempo a varcare le porte dell'aula, che si polverizzano in una nube di ipocrisia e vergogna. In un prossimo articolo proveremo a spiegare questi sentimenti ignoti ai nostri politicanti.
Il buon De Gregorio è solo l'ultimo di una lunga lista. Sono molti gli onorevoli che tengono la loro poltrona bella calda, dopo essere sfuggiti alle grinfie della giustizia grazie all'aiuto dei loro soci. Nicola Cosentino è forse il più famoso – per alcuni famigerato – di questo elenco dei graziati. L'accusa dei pm di Napoli di riciclaggio e corruzione, con l'aggravante del metodo mafioso, non è bastato alla casta per giudicarlo colpevole. Per non farci odiare dai berluscones, citiamo anche il senatore ex Pd Alberto Tedesco, indagato nell'ambito di una delle inchieste della sanità in Puglia e prontamente salvato dai compagni di merende. Ma in questo scenario da sogno per i politicanti italiani, dobbiamo citare il nome dell'unico "sfigato" che è stato mandato in gattabuia: Alfonso Papa, coinvolto nell'inchiesta sulla P4. Il giorno dopo l'arresto, all'entrata della Camera dei Deputati hanno attaccato un quadretto del martire che si è sacrificato affinché altri 944 ladroni si salvassero. Un eroe. A morte i giudici – per par condicio – catto-fascio-comunisti!
Per la prima volta mi sento in dovere di lanciare un appello: togliamo subito l'immunità parlamentare. Non importa se anche altri paesi adottano tale protezione. Ogni sistema funziona in maniera differente e il nostro è chiaramente deviato. Siamo ancora intrisi di tradizioni politiche più vecchie della Repubblica stessa, come il clientelismo e il trasformismo. Inoltre la nostra classe politica è veramente deprimente, ma allo stesso tempo sghignazzante all'idea che qualsiasi reato commettano, nessun organo potrà punirli. Politici con una fedina penale pulita, come Grillo urla a ogni suo convegno, sono una conseguenza della loro effettiva punibilità, anche dopo eletti. Se proprio dobbiamo buttare le mele marce, dobbiamo anche essere in grado di strapparle dall'albero.

venerdì 1 giugno 2012

Italiani brava gente. Auguri Italia


La parata si farà. Low cost ma si farà. La fumata bianca c'è stata e ha decretato l'irrinunciabilità dei festeggiamenti condiderati sacri. Si passerà il 2 giugno con i carrarmati, non con i terremotati.  Si sfilerà, non si spalerà. Ma il tutto, come detto, con estrema sobrietà. Secondo i dati della Difesa il costo complessivo della parata si dovrebbe aggirare sui 3 milioni di euro. Bazzecole. Cifra irrisoria in tempi di recessione economica. E i terremotati ringraziano. Ma lo scandalo non è dettato solo dal risvolto economico. Non si parla di sospendere una tradizionale parata esclusivamente per i suoi esorbitanti costi. Seppur questi siano meno elevati rispetto allo scorso anno. Si parla di trasferire il senso di repubblica, di solidarietà e di unione nazionale abbracciando coloro che sono stati sconvolti dal recente terremoto. Un abbraccio che non sia virtuale. Un abbraccio fisico, stringendosi vicino e presenziando in Emilia. Perché in fondo è proprio questo lo spirito che dovrebbe contrassegnare la tradizionale festa del due giugno. Non un passerella, un palco, un'esibizione. Piuttosto un gesto semplice, puro, naturale. Ma di grande pregnanza simbolica. Un'occasione persa. Per sentirsi tutti un po' più italiani. Perché in fondo noi italiani siamo così: un popolo che non ha una vera e propria coscienza nazionale ma che sa stringersi intorno nei momenti di difficoltà. Dalla merda nascono i fiori diceva de Andrè. Forse un'espressione troppo forte, non completamente aderente alla realtà dei fatti che ci contraddistingue. Ma che rende a perfezione l'idea di un'altra Italia possibile e in parte già esistente. Un paese laborioso e solidale. Un Italia dove, nei momenti di maggiore sofferenza e criticità, non si guarda esclusivamente al proprio orticello ma si aiuta anche il proprio vicino. Un'altra Italia in cui si esce dal proprio guscio e ci si mette in gioco, a disposizione degli altri. E per una volta senza interessi, senza doppi fini. Perché la Repubblica è fatta di uomini. Perché la Repubblica siamo noi. Napolitano ha ragione: occorre dare un segno di vitalità, di unità, di serenità e fiducia. Il messaggio è giusto. E l'applicazione concreta del concetto, il “come”, a vacillare. Ma, forse, non è neanche giusto dire che esistono “diverse Italia”. L'Italia è una sola, con le sue paure, con le sue contraddizioni ma anche con la sua voglia di rinascita, di vedere in fondo al tunnel nuovamente la luce. E poi è la festa prima della nazione, poi dello Stato. E' la festa di tutti noi che, se ci pensiamo bene, siamo, almeno un pizzico, orgogliosi di essere italiani. Nonostante tutto, nonostante tutti. Viva l'Italia.