Non
avrei voluto scrivere queste parole. Dure, ruvide, scomode. Fa male
dire ma soprattutto sentirsi fare certi discorsi. Ne sono
consapevole. Ma fa ancora più male lucrare sull'immagine di un
povero ragazzo di 25 anni che purtroppo non c'è più. Se ne sono
sentite di tutti i colori in questi giorni. Tutti, o quasi, hanno
cavalcato l'onda del macabro festival allestito appositamente per
questo triste evento. Per alcuni, forse, addirittura un'opportunità
da sfruttare per emergere. Insistere sulla sfortuna famigliare che ha
contraddistinto la vita del giovane calciatore è solo un aspetto
della spettacolarizzazione del sua morte. Angosciante se vogliamo. Ma
i media non si sono fermati. Anzi hanno rincarato la dose. Abbiamo
assistito impotenti in ogni palco televisivo ad una tragedia che
tristemente ricalca il canovaccio perfetto preconfezionato per buona
parte del giornalismo italiano. Tutti gli elementi al posto giusto:
la morte, un ragazzo di soli 25 anni, una famiglia in cui la cattiva
sorte si è accanita contro, il “teatro” dove si è inscenata la
tragedia, la diretta televisiva degli ultimi attimi di vita
dell'atleta. Mancava solo un particolare a rendere il tutto
paradossalmente “perfetto”. Nel copione preesistente dell'agenda
mediatica sarebbe stato meglio che Morosini non fosse stato
economicamente agiato. Ma nulla è perduto. Marco Liorni, durante la
“Vita in diretta” di oggi pomeriggio ha annunciato testualmente
che il ragazzo, tra le altre sfortune, “non era ricco”. Forse in
Serie B si vive di stenti? È
stata forzatamente distorta anche una delle note positive pubbliche
che ha contraddistinto la vita del calciatore. Per calcare ancora di
più la mano su una tragedia.
Potreste,
però, obiettare che se Morosini non fosse stato ricco oltre a essere
un personaggio pubblico in quanto sportivo, il raggio della risonanza
mediatica sarebbe stato tristemente ridotto. Anche voi avete le
vostre ragioni. Ribadisco che la morte, almeno per i media, non è
uguale per tutti.
Il
tutto è stato inoltre condito da interviste a giocatori che pur non
conoscendo direttamente il giocatore si arrogavano il diritto di
fornire giudizi di valore sulla persona, sull'uomo. Ma questo
agghiacciante teatrino non conosce limiti. C'è anche chi, con le
ripetute cadute e i vani tentativi di rialzarsi del giocatore ha
intravisto in questi gesti un ultimo saluto ai rispettivi famigliari
deceduti dello stesso Morosini.
È
bello giocare con le parole e con le metafore. È, però, meno bello
giocare con la morte. Specialmente per quella degli altri. Ogni tanto
dovremmo ricordarci di una parola: umanità.
