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sabato 19 maggio 2012

Strage di Brindisi: un fatto anomalo?

Strage di Brindisi: poche ore dopo. Inizia il carosello di frasi fatte e preconfezionate da tirare fuori alla prima occasione utile. "Atto di indescrivibile gravità", "colpo al cuore del Paese", "delitto aberrante", "insieme senza bandiere", "siamo tutti brindisini", "capire chi è il nemico". Frasi di circostanza che lasciano il tempo che trovano. La mafia, è vero, attenta alla libertà e alla democrazia ma soprattutto lascia dei solchi devastanti all'interno delle famiglie colpite. Le affermazioni di coloro che dovrebbero rappresentarci istituzionalmente rappresentano una doppia ferita mortale. Una doppietta Stato-mafia che fa male. Un male lacerante e profondo. Perché anziché disperdersi in mille parole lo Stato non combatte la mafia? Domanda ingenua. Perché lo Stato molto spesso è sinonimo stesso di mafia. Fate attenzione. Lo Stato è sempre attento, con le sue presunte campagne in nome della legalità, a combattere le piccole realtà della criminalità, i pesci piccoli, la cosiddetta paranza. Si contrasta l'immigrazione, la merce contraffatta venduta nei mercati, i piccoli reati, lo spaccio al dettaglio di sostanze stupefacenti. Ma lo Stato non ha quasi mai dichiarato guerra esplicita contro la mafia. Questione di paura, di riverenza o di complicità? Difficile dirlo. Più facile prevedere la confluenza di tutti questi aspetti. Ogni tanto lo Stato per mantenere un minimo di credibilità e di potere istituzionale diffonde ai quattro venti l'arresto di un criminale appartenente alla mafia. Giusto per sbandierare la sua presunta lotta contro le associazioni di stampo mafioso. Un'occasione di autocelebrazione per gli organi di polizia nostrana che mostra così la sua vicinanza ai cittadini. Chi si è esposto direttamente al fine di combattere la malavita mafiosa ha dovuto rinunciare in prima persona alla propria libertà, alla propria vita. Saviano ne è un esempio. Vivente per adesso. Ma non è tutto. Un'altra affermazione del ministro dell'Interno Cancellieri contribuisce ad insinuare in me altre perplessità. Definire l'attentato di Brindisi come un “fatto anomalo” fa riflettere. Vile e subdolo poiché uccide le vite di giovani innocenti sarebbe più appropriato. Ma anomalo mi sembra fuori luogo. Siamo forse davanti al primo colpo inferto dalla mafia nei confronti di innocenti? Ben vengano, quindi, fiaccolate e manifestazioni in nome della lotta alla mafia promosse dai cittadini, la cui matrice provenga dal basso. La presa di coscienza e l'informazione in merito non sono mai abbastanza. Ma fermiamo ogni tentativo istituzionale, solamente di pura facciata, che tenti di contrastare la mafia. Se la mafia non la si sconfigge in breve tempo almeno promuoviamo un'azione concreta fin da adesso: fermiamo l'ipocrisia.


lunedì 14 maggio 2012

Un bel gioco (di Stato e mafia) dura poco

Slot, gratta e vinci, bingo, poker, lotterie sono entrate oramai da tempo nel nostro immaginario quotidiano. Questione di bravura e ancor più di fortuna. Ma questione, soprattutto, di carattere. Debole nel maggiore dei casi. Gli aspiranti vincitori non sono più una nicchia. Sono milioni di persone che spinti da un gioco che assume i tratti della compulsività più sfrenata buttano via fortune. Sono uomini, donne, studenti, pensionati. Talvolta finiscono in mezzo a una strada. In gioco non ci sono solo i risparmi e gli averi costruiti con sudore nel tempo. In ballo ci sono le persone care, quelle che accompagnano la nostra vita ogni giorno. Ma l'alienazione è più forte. Di tutto e di tutti. E allora la logica conseguenza è rappresentata da menzogne, furti, indebitamenti. Ma se qualcuno piange sul latte versato c'è chi ride: lo Stato. Il business nel gioco legale ha prodotto nel 2011 oltre 76 miliardi di euro di introiti. Alla faccia della crisi e di chi con fatica e sudore riesce a chiudere il bilancio familiare quantomeno in pari. Lo Stato è ora presente, come non mai, e cavallerescamente prende a braccetto i giocatori. In tempi nei quali la parola d'ordine è recessione economica lo Stato non ha badato a spese. Così in questo rassicurante scenario assistiamo passivi a pubblicità, spot incitanti il gioco nelle sue svariate e infinite forme. Ma non solo. L'Aams ha consegnato un dvd dal nome "Giovani e gioco" a 70 mila studenti italiani contenenti questa frase: "Evolve chi si prende una giusta dose di rischio, mentre e' punito chi non rischia mai o chi rischia troppo!" Logica conseguenza degli slogan a cui ci siamo tristemente abituati: "Vincere non è mai stato così facile", "Vinci spesso, vinci adesso" dove viene sottolineata la presunta facilità e frequenza di vincita. Presunta per l'appunto. Ma non disperate. E' lo stesso Stato che con cura e premurosità propria della miglior madre ci raccomanda di giocare, con prudenza, moderazione, senza esagerare. Ma che cosa è il giusto? Chi lo sa. O meglio chi conosce la risposta non apre bocca. Anzi incita. A gran voce. Noncurante che 800 mila persone sono dipendenti dal gioco e altri due milioni di giocatori sono a rischio. Una vera e propria malattia per alcuni: il GAP, gioco d'azzardo patologico. Ma anche in questo caso c'è una soluzione pronta. Lo stesso Stato che prima ti invita a bere il veleno e poi tenta di salvarti la vita, fornisce il suo apporto economico ad alcuni centri di assistenza e di recupero dei giocatori d'azzardo. Magnanimo. Nessuna seria prevenzione, nessun messaggio che urli a gran voce ai più fragili e deboli che il gioco non può e non deve essere la risposta a tutti i problemi. Ma non è tutto. Gli interessi statali nel gioco, che rappresenta buona parte del Pil nazionale, procedono di pari passo con quelli della mafia e della malavita. I clan riciclano denaro sporco e attraverso le vincite, molto spesso alterando le macchinette, possono giustificare l'acquisto di beni e attività commerciali.  In questo fertile terreno borderline dove la parola d'ordine è affari (sporchi) c'è proprio spazio per tutti. E il vincitore è uno solo.

venerdì 11 maggio 2012

Occidentalizzazione? No grazie, ho smesso


Quante volte abbiamo dovuto ascoltare, senza voler ribattere, più per quieto vivere che per disinteresse, descrizioni stereotipate sulle altre culture? Questi nel loro paese si spostano sui cammelli, puntano tutto sull'agricoltura, non sanno cos'è un personal computer, non sono civili, sono arretrati e così via. L'ostentata sicurezza con cui si eleva la cultura occidentale, considerata sinonimo di modernizzazione, è decisamente presuntuosa e inopportuna. Un excursus storico delle relazioni internazionali permette un'analisi più approfondita dell'argomento. In questo senso è utile il contributo di Samuel P. Huntington, celebre e discusso politologo statunitense, e del suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.
La modernizzazzione non coincide affatto con l'occidentalizzazione, intesa come l'assimilazione di istituzioni, consuetudini e credenze tipiche del nostro mondo: l'eredità classica, il cristianesimo, le lingue europee, la separazione tra autorità spirituale e temporale, lo stato di diritto, il pluralismo sociale, i corpi rappresentativi e l'individualismo. La modernizzazione ha travolto l'Occidente, subendo un'accelerata dalla rivoluzione industriale in poi. La domanda è molto semplice: qualora i paesi non occidentali intendano percorrere la via della modernizzazione devono passare dall'occidentalizzazione?
Huntington propone una distinzione sulle reazioni dei paesi extra-europei all'Occidente, considerando distintamente occidentalizzazione e modernizzazione. La prima via è il rifiuto totale di entrambi i processi; la seconda è il cosiddetto kemalismo, ossia l'accoglienza di entrambi, rinunciando alla cultura del singolo paese; la terza soluzione è il riformismo, cioè il rifiuto dell'occidentalizzazione e l'avvio della modernizzazione, in particolare industrializzazione, urbanizzazione e istruzione. È interessante focalizzare l'attenzione sul kemalismo, che prende il nome da Mustafa Kemal Atatürk. Egli trasformò con la forza il califfato di Turchia in una repubblica, attraverso l'annullamento della cultura autoctona e sostituendola con la cultura occidentale. Il cambiamento riguardò più il costume che la politica. Kemal Atatürk isitituì il suffragio universale, il calendario gregoriano, l'alfabeto latino, laicizzò lo stato e proibì l'uso del fez. L'obiettivo era l'integrazione della Turchia con l'Occidente e tale progetto fu perseguito dai governi successivi. Il fine ultimo era l'accesso all'Unione Europea, dopo aver ottenuto il passepartout per il Palazzo di Vetro nel 1952. Ma Ankara ricevette soltanto un simpatico "ripassi la prossima volta". Tradita dall'occidente e traditrice della cultura musulmana (quella da cui era fuggita e che era la causa principale del rifiuto da parte dell'Ue, incapace di accettare uno stato islamico nel Vecchio Continente), la Turchia si trovò nel buio, scorgendo un bagliore di luce nella possibilità di allacciare rapporti con le repubbliche ex sovietiche centro asiatiche. In poche parole si è ritrovata sola alla fermata dell'autobus.
L'occidentalizzazione è davvero l'unica soluzione? Gli esempi di Cina e India potrebbero smentire questa ipotesi. Esse hanno intrapreso la terza strada illustrata da Huntington, quella del riformismo. E verrebbe da dire con successo, dati alla mano. Se un governo decide di cambiare la cultura di un'intera nazione da un giorno all'altro, deve comprendere quanti sacrifici si debbano addossare le persone comuni. Dimenticare la lingua, la religione, la cucina, le attività. La vita così com'era fino al giorno prima. Come se non bastasse, questo processo potrebbe anche degenerare se giudicato fallimentare nel lungo periodo. A quel punto l'esigenza di un ritorno alle origini potrebbe sfociare in un'azione violenta volta a cambiare il sistema, con gruppi disposti a pagare prezzi altissimi. Ed è quello che è successo in Turchia. Sono nati gruppi politici e militari, entrambi legati al fondamentalismo islamico, che hanno cercato di scardinare la porta che Kemal Atatürk aveva chiuso definitivamente: quella della cultura di un popolo irrimediabilmente legato a una religione, grazie al quale gli permetteva di avere una maggiore consapevolezza del concetto di esistenza. Dobbiamo davvero arrivare a questo?


Fonte: Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.

martedì 8 maggio 2012

L'Europa ci ricasca: tornano i nazi!


L'Europa, nonostante la grave crisi finanziaria, ha accolto con trepidazione l'esito di alcune tornate elettorali, due su tutte. In Francia le elezioni presidenziali hanno consegnato l'Eliseo a François Hollande. Il candidato socialdemocratico ha strappato la presidenza a Nicolas Sarkozy, famoso compagno di risate di Angela Merkel, assumendo così un ruolo chiave nell'assetto politico, strategico e soprattutto economico dell'Unione Europea. In questo senso auguriamo buona fortuna al neo Président. Un altro dato però salta subito all'occhio. Al primo turno un partito su tutti, ottenendo un successo inaspettato, è stato in grado di rappresentare quella fetta di elettorato contraria alle scelte europeiste adottate dalla precedente amministrazione: il Front National. Il partito di Marine Le Pen ha colto l'insoddisfazione di quei cittadini stufi dell'europeizzazione, che preferirebbero delle politiche volte al rafforzamento dei mercati interni, portatori dei valori di appartenenza alla patria spesso sfociata in una chiusura delle frontiere culturali. Quella ideologia che viene comunemente e grezzamente denominata nazionalismo. Fortunatamente il partito sotto la guida di Marine si è staccato da quell'"estremismo mezzosangue" che l'aveva contraddistinto negli anni precedenti, quando alla guida c'era Jean-Marie Le Pen, padre dell'attuale segretario.
L'altra partita decisiva si è giocata in Grecia. Qui la situazione è decisamente più complicata. Non è possibile delineare un chiaro quadro politico, dato che la frammentazione partitica ha raggiunto livelli che nemmeno l'Italia della prima repubblica poteva permettersi. Un nuovo appuntamento elettorale sarebbe già in programma a giugno, così da evitare l'impasse: le direttive della Troika potrebbero essere seguite solo con un esecutivo forte e coeso. Ma il punto cruciale è un altro. Il partito neonazista Alba Dorata ha racimolato un 7%, superando la soglia d'accesso del 3%, ottenendo il biglietto valido per dei seggi al parlamento ellenico. Che sia un partito antieuropeista, può anche passare. Ma, guardando alle dichiarazioni dei suoi esponenti, c'è da preoccuparsi parecchio. «Siamo favorevoli a collocare mine antiuomo al confine greco-turco, giacché l'80% dell'immigrazione verso l'Europa passa da qui». Per sciogliere tutti i dubbi basterebbe, per pura curiosità, andare a vedere la bandiera del partito per comprendere che il richiamo nazista (loro preferiscono definirsi nazionalsocialisti) sia al centro del progetto politico.
L'Europa d'altronde ha dovuto subire negli ultimi anni l'ascesa dei movimenti di estrema destra, di chiara matrice xenofoba. L'Olanda e l'Ungheria ne sono testimoni recenti. Ma da dove nasce il bisogno di un rifugio nel nazionalismo oscuro? La crisi economica è certamente una giustificazione. Anche il nazismo e il fascismo affondarono le loro radici nel fango prodotto dalla crisi economica del '29. Se è vero, come qualcuno sostiene, che la storia è un ciclo destinato a ripetersi, allora siamo condannati a un ritorno di fiamma di queste ideologie? Oppure si tratta solo di un ripudio di quella globalizzazione e, nel nostro caso, di quella europeizzazione imposta nella vita e nei pensieri delle persone? O ancora è l'espressione multicolore dell'antipolitica che sta contagiando tutto il sistema Europa e non solo noi italiani? È difficile credere a quest'ultimo scenario, dato che il nostro caso è condizionato da altri elementi, ma se così fosse dobbiamo ritenerci fortunati che la nostra "degenerazione" sia approdata nel successo elettorale e sociale del MoVimento 5 Stelle e non in una rivisitazione fascio-comunista, tipico della vecchia scuola italiana.

domenica 6 maggio 2012

Che Carica...mento!

Genova. «Il nostro motto è voi pedalate e noi suoniamo». A parlare è il direttore della Banda di Piazza Caricamento, Davide Ferrari, durante il concerto organizzato venerdì 4 maggio al Teatro dell'Archivolto. «Il Ri-Ciclo Music non è solo un progetto che prevede l'alimentazione dell'impianto audio tramite l'energia dinamica prodotta dalle biciclette – prosegue Ferrari – ma l'obiettivo è anche di ricostruire strumenti con oggetti che si trovano per strada». Non è un caso che a un certo punto ci si accorge di un boccione dell'acqua utilizzato come percussione. In questo senso il termine Ri-Ciclo Music assume un doppio significato. A illustrare i risultati di questa invenzione è stato Hicham Lahyani, il co-responsabile del progetto, che tra un brano e l'altro trasmette un messaggio che viene letto davanti a tutta la platea: «Il consumo di questa sera è stato di 1 Chilowatt all'ora e le emissioni di CO2 sono pari a zero. Il teatro ringrazia per il risparmio». È l'obiettivo della Echo Art, ossia l'unione di musica ed ecologia.
Lo spettacolo è stato elettrizzante. Il pubblico finisce di prendere posto e le luci del teatro si spengono. Il sipario si apre e ciò che rivela il palco è curioso e, inevitabilmente, strano. Otto ciclisti, volontari del pubblico, sono in sella alle bici collegate all'impianto audio. Durante lo spettacolo i pedalatori si daranno il cambio con altre persone della platea, contribuendo a diffondere un grado di partecipazione collettiva molto elevato. La Banda di Piazza Caricamento fa il resto. E che resto!
Canto, ballo e musica. Ecco i tre segreti che svelano il successo di questo spettacolo. Il numero degli strumenti utilizzati non si può calcolare, passando dalla modernità della batteria alla tradizionalità del cajon, dal suono travolgente delle congas a quello psichedelico del thermin. I generi esplorati e ricercati non possono essere definiti. Sarebbe un'offesa al gruppo rinchiuderli in uno stile. La presenza all'interno del gruppo di ben dodici nazionalità differenti lascia intendere che anche la musica assumerà l'aspetto del multiculturalismo. Infatti le sensazioni suscitate sono diverse da canzone a canzone. Ogni singola esecuzione proietta un'immagine personale. Ora siamo in India e un minuto dopo ci ritroviamo in Marocco, passando dalla Grecia e riposando in Messico.
La conclusione è stata esplosiva con tutto il teatro in piedi a ballare. Si sa, il reggae difficilmente trattiene i muscoli del corpo, che si fanno prendere dal ritmo e lasciano scorrere quel senso di libertà nelle vene. Infine, come ultimo pezzo, la rivisitazione di "Rock the casbah" non ha lasciato scampo nemmeno per i più timorosi. All'uscita del teatro un inevitabile sorriso ci fa compagnia sulla via di casa. Ma anche molte riflessioni. La musica può unire le persone, la musica può far dimenticare le differenze, la musica può accompagnare mano nella mano in un nuovo mondo.

sabato 5 maggio 2012

Consumo ergo sono felice?

Consumismo, shopping, corse sfrenate alla ricerca dell'affare perfetto. Consumismo sinonimo di integralismo religioso. Non si può consumare. Si deve consumare. Nei centri commerciali eletti a luogo di culto, nell'intimità delle mura domestiche con un semplice clic, in ufficio, davanti alla tv. Davanti ai nostri occhi una cornucopia di beni e servizi: tutto quello che occorre è a portata di mano. Basta una telefonata, un sms, una pressione di un tasto e il numero della carta di credito. E il gioco è fatto. Insomma consumo sempre, solo e comunque. Ogni giorno, ogni ora senza limiti e restrizioni. Il tempo è imploso di pari passo con lo spazio ed ecco svelato il consumatore in tutta la sua nudità. Spogliato delle relazioni sociali sempre meno intense e spogliato dei guadagni. La pubblicità ha fatto tanto in tal senso ma la nostra passività, l'essere in completa balia di fronte al marketing ci ha portato alla deriva. Una domanda sorge spontanea: tutto ciò che compriamo è davvero indispensabile? O è un fastidioso e inutile orpello figlio del nostro  sfrenato desiderio di consumare e di avere tutto e subito? L'erba del vicino è sempre più verde. La voglia di emulare attraverso gli strumenti di consumo è ancora più verde. Eccoci così proiettati in una società che si avvale della velocità per soddisfare la nostra inguaribile sete di spese. Inoltre cadiamo ogni giorno nel tranello teso abilmente dalle cattedrali del consumo. La perdita del senso del tempo e dello spazio è costante: centri commerciali sempre più illuminati artificialmente e senza riferimenti dell'esterno, orologi vietati in determinati casinò, entrate dei centri commerciali ben visibili mentre le uscite appaiono indicate con meno precisione e frequenza. L'alterazione o l' eliminazione dello scorrere del tempo ci stordisce, ci rende più vulnerabili di fronte alle infinite possibilità di acquisto. I nuovi strumenti non sarebbero, però, possibili senza le innumerevoli innovazioni tecnologiche degli ultimi cinquant'anni. La Toys'R Us ha ben saputo coniugare il mutamento tecnologico alle esigenze dei più piccoli; a questi ultimi, all'interno delle loro catene di giocattoli, viene consegnato uno scanner manuale che, passato sui giocattoli di loro interesse, realizza una lista delle preferenze di ciascun bambino. Un'anagrafe computerizzata. Per la gioia di mamma e papà. Il tutto è amplificato e semplificato da un crescente uso delle carte di credito che ci fanno perdere la reale dimensione di quanto stiamo spendendo e di cosa stiamo acquistando. L'immediata conseguenza non può essere altro che un indebitamento. L'iperconsumismo non si accontenta più di spillarci i soldi dei risparmi di una vita, o dell'ultimo stipendio. No. Va oltre. E' interessato ai guadagni futuri. Ai nostri guadagni futuri. L'implicazione più importante è che noi tutti stiamo cadendo nel buco nero del consumo. Ci stiamo facendo adescare. Senza se e senza ma. Ma la vera questione è un'altra: la soddisfazione nell'acquisto di un bene o servizio è pressoché effimera. Mutevole e assolutamente pronta a rinascere in vista della novità di turno per poi morire poco dopo. Consumo ergo sono felice? No, certamente no. Le nostre soddisfazioni vanno ricercate altrove: nella famiglia, nel lavoro, nei regni naturali non mercificati. Valori di un passato che, forse, irrimediabilmente non c'è più. L'accezione è un'altra. Consumo ergo sono in mutande. Tristemente in mutande.

venerdì 4 maggio 2012

Storia di un bambino trasformato in mostro

Marco ha compiuto otto anni da poco più di un mese. I suoi ricordi sono confusi, annebbiati, incerti. Marco è tornato a casa dopo aver passato il pomeriggio al campetto con gli amici. Si lava, legge Topolino e si prepara per la cena. Era l'estate del 1991. Il papà di Marco accende la televisione, non ha voglia di parlare quella sera, è troppo stanco. Mette il telegiornale. Marco non ricorda su quale canale fosse, non ha molta importanza. C'è una notizia che sovrasta tutte le altre: lo sbarco della nave Vlora, con a bordo 12 mila profughi albanesi. Marco osserva la scatola mentre gli vengono bombardati in testa quelle immagini. L'imbarcazione è completamente ricoperta di persone. Marco viene investito da video, commenti, dichiarazioni. Marco vede personaggi politici piangere. Marco sente per la prima volta un'espressione che lo terrorizzerà per il resto della vita: "esodo biblico".
Gli anni passano, ma le televisioni continuano a trasmettere la stessa immagine. Certo, le navi sono più piccole, le chiamano "barconi" ora. Marco percepisce una cosa: più gli immigrati aumentano più aumentano i reati. Ci deve essere una connessione. Marco comincia ad avere paura degli albanesi. Ne trova uno per strada un giorno. Non è sicuro che sia albanese, ma sarà sicuramente uno slavo. Che differenza c'è? Non ci pensa due volte e cambia marciapiede.
Marco cresce e con lui l'intolleranza per gli immigrati clandestini, così come vengono chiamati dai media. Prima giocava a calcio coi suoi amici, ora passa il tempo a insultare un gruppo di marocchini dall'altra parte del parco. E già. Infatti le televisioni hanno smesso di parlare degli albanesi e si dedicano ad altre nazionalità. Marco è consapevole che gli stanno sulle palle tutti coloro che salgono su quei barconi per venire in Italia. Punto e basta.
Marco è grande ora e si dedica alla politica. Prima viene attratto dal fascismo poi, dato che comprende l'impossibilità di votare un partito morto sessant'anni prima, si avvicina a un partito che fonda la sua campagna politica sulla lotta all'immigrazione, la Lega Nord. Non importa che suo padre sia calabrese. Non importa che abbia una bandiera dell'Italia attaccata sopra il suo letto. Non importa che non sappia minimamente cosa sia il federalismo o la secessione. I manifesti elettorali con l'indiano sono abbastanza soddisfacenti per lui.
I ricordi continuano ad accavallarsi l'uno sopra l'altro. Marco si ricorda dell'11 settembre. Il pericolo, quello stesso pericolo che aveva percepito per tutti questi anni, si è fatto reale. Dei terroristi islamici hanno dirottato due o tre aerei e si sono schiantati sulle Twin Towers, facendo una strage. Da quel momento si aggiunge l'ennesimo rischio per la società occidentale, quello religioso. Il fondamentalismo, di cui Marco non aveva mai sentito parlare, si fa largo nella sua mente e scava dei tunnel che lo segneranno per il resto della sua vita. Approva le invasioni di quelle terre ostili. Guarda con stupore misto gioia le luci provocate dalle bombe sganciate su Baghdad. Ma non c'entra niente l'Iraq con le torri! Sono sempre musulmani, prevenire è meglio che curare, pensa Marco.
Gli anni continuano a passare e il pericolo continua a mutare. I vecchi "nemici" vengono sostituiti o affiancati da altri, questa volta provenienti da ogni angolo del mondo. Est Europa, Sud America, Medio Oriente, Maghreb, Asia e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare dei Rom! Marco è schifato, non ne può più. Marco frequenta l'università e ritiene che la vera colpa sia della globalizzazione. Marco è razzista, ma di quelli che disprezzano da dentro. Non è violento. Lo è nella sua testa, ma non attaccherebbe mai uno straniero. Almeno non da solo.
Marco torna a casa una sera e accende la televisione. Si parla solo della "primavera araba" e delle inevitabili conseguenze. Sente per l'ennesima volta quella parola che ha segnato tutta la sua vita, "esodo biblico". Non ne può più. Si connette a internet ed entra in Facebook. Vomita il suo disprezzo sul web e si augura che quei maledetti barconi affondino. Marco esce a farsi una birra con gli amici quella sera. È stanco e confuso, troppe immagini hanno affollato la sua mente, troppe navi hanno solcato il mare italiano, troppe persone indesiderate sono arrivate nel suo paese. Marco non vede più individui, vede solo una massa indistinta. Uno vale l'altro. Mentre si fuma una sigaretta ne vede uno. La sua mente è vuota, il suo cuore no. Marco tira fuori il coltello. Marco odia, ora.

giovedì 3 maggio 2012

Calcio moderno: quando la follia indossa giacca e cravatta

Di "pure" follie il calcio è pieno. Colpi di tacco, rovesciate, scavetto. Il repertorio potrebbe andare avanti per giorni interi riportando alla memoria alcuni gesti che hanno reso leggendario questo sport. Appunto di sport si dovrebbe trattare. Il condizionale è d'obbligo. Ciò che è andato in scena ieri sera al Franchi di Firenze è un'altra follia in piena regola. Ma questa volta con un sapore diverso. Un incontro di boxe tra l'ormai ex-tecnico della Fiorentina Delio Rossi e un suo giocatore, Adem Ljajic. Il tutto avvenuto un attimo dopo la sostituzione di quest'ultimo. Con questo, però, non voglio dare vita all'ennesimo commento popolare che discerne alla perfezione ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il mio non vuole essere un intervento paternalisco o da paladino della giustizia. Vuole essere solo un invito alla riflessione. Tutti i media hanno dato risalto alla vicenda con una certa ilarità per il curioso accaduto fino a spingersi ai limiti del grottesco. Come se il tutto fosse uno sketch comico o una parodia. Al massimo ci si è limitati al classico commento di circostanza che, con un certo stupore, attribuiva quel folle gesto ad una persona così pacata. Ma come - ci si chiedeva - come ha potuto Delio Rossi? Proprio lui? Forse ci si stupisce così tanto solo perché a compiere quello sgradevole gesto è un uomo in giacca e cravatta. Fosse stato un ultrà a rendersi complice di un comportamento simile si sarebbe prontamente parlato e scritto in altri termini. Più duri e decisi. Senza giustificazioni o attenuanti. E giù titoli e giudizi di valore: "assassini", "meritano la galera", "male del calcio". Solo per citarne alcuni. Frasi preconfezionate e pronte all'uso che i media custodiscono gelosamente nel cassetto pronte a farle riafforare con puntualità alla prima occasione utile. Per gli ultrà del Genoa, recentemente protagonisti di aver fatto sospendere per alcuni minuti il match tra la squadra rossoblù e il Siena si erano dette le peggio cose. Appoggiati dai Soloni del calcio e da tutti i protagonisti dell'informazione sportiva. Ma qual è la direzione del nostro calcio? Certamente lo sbando. Quello che fa notizia sono solo cazzotti, presidenti vulcanici, sputi in faccia, calcio scommesse, partite truccate, cori razzisti. Ci si è spinti fuori dal campo a ricercare notti brave, patenti ritirate, vizi e stravaganze di una categoria agiata. Come se il marcio che serpeggia sul rettangolo di gioco e nei palazzi che contano non bastasse. Mai una nota positiva. Mai un aspetto che richiami i veri valori di uno sport come il calcio che rotola a ritmo incalzante verso il baratro. Show must go on. Non c'è tempo per le iniziative di beneficenza a cui i tifosi danno il via quotidianamente. Non c'è la volontà di evidenziare come la partita e gli eventi concomitanti costituiscano spesso un' arena sociale di pura aggregazione e sano divertimento. Non c'è spazio per scrivere come nella recente alluvione che ha colpito Genova si siano ritrovati a spalare fianco a fianco gruppi ultrà appartenenti a diverse squadre. Certo il diverso colore della maglia in certi casi non ha ragione di esistere. Ma nella società in cui siamo, imperniata da una non-cultura, anche questo, in fondo fa notizia.

mercoledì 2 maggio 2012

Il divario digitale: tecnologia e...acciughe

La tecnologia non è come le acciughe, che alcuni possono amare e altri odiare, nè come il diritto all'aborto, che vede favorevoli e contrari. Piuttosto, è una caratteristica indelebile del nostro ambiente culturale - qualcosa di complesso che dobbiamo sforzarci di capire in tutte le sue sfumature di grigio. Così Andrew Shapiro, assistente segretario di Stato americano per gli Affari si era espresso sulla complessità delle innovazioni tecnologiche (TIC). La diffusione localizzata di queste sta velocemente amplificando lo squilibrio esistente tra Paesi sviluppati e Paesi poveri. Ecco apparire di fronte a noi il fenomeno del divario digitale. Perché questa diversità esistente tra chi ha reale accesso alle tecnologie e chi ne è escluso è così importante? Kofi Annan già nel 1999, agli albori del digital divide, aveva intuito la reale portata del fenomeno: a questa gente mancano molte cose: cibo, lavoro, abitazione, assistenza medica e acqua potabile. Oggi essere tagliati fuori dai mezzi di telecomunicazione di base è una difficoltà grave quasi quanto le altre privazioni. Le sue esternazioni avevano fatto scalpore. Ma come si fa - ci si era chiesti - a comparare la fame del mondo e la mancanza di adeguate strutture sanitarie alla carenza di accesso alla tecnologia e all'informazione? Tutto ciò pareva fuori luogo. Kofi Annan? Un pazzo. Ma ora, a oltre dieci anni di distanza, si capisce che il fenomeno del digital divide, con tutta la sua complessità, può portare alla riduzione del reale squilibrio socio-economico tra i Paesi del Nord e del Sud del mondo. Ma quali sono i reali vantaggi? L'investimento in nuove tecnologie potrebbe ridurre l'analfabetismo, aumentare l'istruzione, migliorare le strutture sanitarie e offrire strumenti concreti di sviluppo. Certo la riduzione della difformità esistente non è la soluzione di tutti i mali. Magari fosse una panacea. Tutti saremmo pronti ad invocarla come manna dal cielo. Ma occorre considerare un nuovo aspetto. Occorre girare interno al fenomeno del divario digitale cercando di coglierne le mille sfacettature. La sua riduzione è altresì sinonimo di democrazia digitale. Tutti dovrebbero avere la possibilità di accedere liberamente alla società dell'informazione. Senza restrizioni, senza limitazioni, senza censure. Anche così si può progredire. La strada che porta al progresso passa anche per il diritto ad informarsi. Certo non ci si nutre di informazione. Ma di libertà, in qualche modo, ci si può dissetare. Anche con un certo gusto.